Fuori dal codice

Chi sono e perché Pilates & Choreo

Venticinque centesimi di punto

@ Barney Thierlof

Ho perso le Olimpiadi di Pechino per venticinque centesimi di punto. Detta così sembra una questione contabile, ed è esattamente ciò che era: una differenza minuscola, stabilita da una giuria, che separava me dalle ginnaste destinate a partire. Avevo diciannove anni e un’intera vita spesa a inseguire quel traguardo…il mio sogno.
Rimasta riserva, ho capito che con la ginnastica avevo chiuso.

Un’individualista in pedana

Nella ritmica esistono due grandi famiglie, la squadra e le individualiste. Le prime sono quelle cinque ragazze che entrano insieme sulla pedana, si muovono all’unisono e condividono oneri e onori. Io ero un’individualista: rappresentavo l’Italia, ma gareggiavo da sola. Mi allenavo soprattutto a casa e raggiungevo la nazionale a intervalli regolari per i controlli. Era una vita di disciplina silenziosa, quasi monastica, con pochissimi testimoni.

Per questo motivo interrompere l’attività agonistica dall’oggi al domani sarebbe stato potenzialmente pericoloso sia fisicamente che psicologicamente…sebbene fosse esattamente ciò che volevo fare. Per fortuna a trattenermi ci fu Marianna Bressan, che avevo conosciuto verso i tredici, quattordici anni e che insegnava danza classica all’Ardor Padova, la società a cui appartenevo. Mi consigliò di non abbandonare il corpo senza dargli una direzione, e io seguii la mia Maestra (e i suoi consigli) ai corsi che teneva a Padova.

Il buio di un teatro

@ Andrea Spera

Lì ho trovato un gruppo di ragazze che frequentavano anche le lezioni di jazz (si, proprio quello anni ‘80 che oggi vediamo solo nei film), e mi sono aggregata quasi per contagio. Dopo anni di solitudine agonistica, mi ritrovavo in una sala con altre persone che si muovevano accanto a me. La scoperta più grande, però, riguardava lo spazio. Nel palazzetto stai in basso, con le scalinate sopra di te, le luci accese e gli occhi di chi ti guarda, di cui intuisci ogni approvazione e ogni riserva. Vieni misurata in relazione ad un codice: l’esecuzione è corretta oppure no. In teatro il palco è rialzato, la sala è nel buio, e restiamo soltanto io, il mio corpo e il mio movimento. Qualsiasi gesto è legittimo, purché sappia emozionare. Per una ragazza cresciuta nell’ansia della correttezza, è stato qualcosa di molto vicino ad una terapia.

Il corso che detestavo

@ Bianca Truzzi

Nel 2009 ho iniziato a frequentare l’International Dance Academy di Ravenna, per formarmi come danzatrice professionista. Nel programma c’era il Pilates, materia obbligatoria, due volte alla settimana, soltanto matwork: lavoro sul tappetino, a corpo libero, con l’aiuto di qualche piccolo attrezzo. Il maestro era Donato De Bartolomeo, e per i primi sei mesi l’ho detestato con una convinzione quasi indistruttibile.

Telefonavo a mia madre per lamentarmi. Le dicevo che sembrava un corso preparto, che dovevamo continuare a respirare profondamente, che a me girava soltanto la testa e rischiavo l’iperventilazione. Non ne vedevo l’utilità. Il motivo, col senno di poi, era limpido: raggiungere la posizione finale, quella ritratta nelle immagini dei manuali, per me era facilissimo. Avevo un corpo allenato da anni ad obbedire alle forme, e non capivo che cosa ci fosse da cercare nel mezzo. Il processo mi sfuggiva del tutto.

Il click alla terza lezione

@ Bianca Truzzi

Poi è arrivata l’estate, senza Pilates, e con l’estate è tornato il maledetto mal di schiena che conoscevo molto bene poiché porto con me una lesione vertebrale, eredità diretta dell’attività agonistica. A settembre sono rientrata in classe e, alla terza lezione, ho deciso di ascoltare davvero ciò che il maestro mi diceva. Ho attraversato il processo, invece di saltarlo per arrivare alla forma. All’improvviso la mia schiena stava bene. Ricordo il momento come uno scatto, un click, e insieme l’impressione che tutto si fosse illuminato. Da allora il Pilates è stato la disciplina che mi ha permesso di fare la performer fino a pochissimi anni fa.

Un palco che mi ha cambiato la vita

@ Alessandro Dobici

Di quegli anni conservo nel cuore meravigliosi ricordi di molte sale, l’Arena di Verona, il Radio City Music Hall di New York, il Cirque du Soleil, ma c’è un palcoscenico a cui sono legata più di tutti, quello di Notre Dame de Paris. È lì che ho conosciuto l’uomo che sarebbe diventato mio marito e il padre delle mie figlie. Dopo anni di pedane in cui mi sono sempre misurata da sola, il teatro mi ha restituito anche questo, la vita.

Insegnare, quasi per caso

Se me l’avessero chiesto da ragazzina, avrei risposto senza esitazione che non avrei mai insegnato. Eppure ho concluso la carriera da performer in uno stato di rara pace: nessun rimpianto, nessun rammarico, nulla di lasciato a metà. Avevo fatto tutto ciò che sognavo di fare. Forse è per questo che l’insegnamento è arrivato in modo quasi spontaneo. Le persone mi domandavano come riuscissi a compiere un certo gesto, e io mi accorgevo di saper spiegare la sensazione che lo accompagnava, e quindi di poterla restituire a chi avevo davanti, insieme all’emozione che ne scaturisce.

Ho insegnato prima ginnastica, poi danza, e solo in terza battuta il Pilates. Dal 2018 porto in giro per il mondo l’acroflow con AcroModernLAB, il progetto che ho fondato con Alberto Poli (…ve lo ricordate quello che ho conosciuto sul palco di NDP? Proprio lui!), e nel 2022 ho scelto di formarmi come istruttrice Pilates attraverso il metodo Balanced Body, sia sul matwork sia sui grandi macchinari. È con il Pilates che il mio sguardo è diventato più fine. Mi accorgo di amare l’idea di insegnarlo agli atleti e ai danzatori che si preparano a diventare professionisti, ma altrettanto a persone del tutto amatoriali, magari con qualche fragilità, che hanno bisogno di immagini nitide per raggiungere un obiettivo. Chiedo a tutti una cosa sola: una motivazione vera. Il signore anziano che desidera trovare la forza di alzarsi dal divano senza sfigurare davanti al nipote, alla cena di Natale, ha una spinta potente quanto quella dell’atleta che vuole vincere una competizione. Per me sono la stessa scena, vista da due angolature diverse.

Perché “Fuori dal codice”

@ Federica Purcaro

Questo blog si chiama “Fuori dal codice” perché è lì che mi sono sempre sentita a casa. Ho lasciato il codice dei punteggi per il buio di un teatro, e anche nella vita sono sempre stata un po’ fuori dal coro, come lo era quell’individualista che entrava in pedana da sola mentre le altre si muovevano in cinque. Qui scriverò di Pilates, di acroflow, di danza e di quello che il corpo mi ha insegnato lungo la strada, a modo mio, un racconto alla volta. Se vi va di seguire il percorso, mi trovate su Instagram, dove i pensieri di questi articoli diventano immagini e movimento:

Beatrice Zancanaro IG